La strada è un luogo, una casa per molte persone, qui a Bucarest. Colpisce certamente la realtà romena perchè molte, moltissime di queste persone sono ragazzi, se non addirittura bambini. La strada è un ambiente, e come tale modifica chiaramente coloro che ci abitano.
Nell'intervento precedente ho scritto che non esistono i "ragazzi di strada" perchè esistono dei ragazzi che entrano, vivono, e, talvolta escono. Dalla strada. E allora continuiamo a tenerli separati. Sforziamoci di pensare che tutti i ragazzi, anche quelli che sono nati in strada, abbiano fatto una specie di patto/contratto con questo ambiente. Che abbiano scelto di farsi condizionare dalla strada, fino anche ad essere dipendenti da essa. Sono, tuttavia, consapevoli che, in questo contratto, è prevista la clausola della non assimilizione. Possono uscirne, possono scegliere. Mi piace pensarla così. E vediamo se i due contraenti si sono impegnati nel rispetto delle clausole, soprattutto in quella della non assimilazione.Vediamo, in particolare, come le esperienze in di questa vita possano modificare l'aspetto fisico delle persone. Come questi ragazzi possano restare per molto tempo condizionati dalle esperienze che hanno vissuto.
Soltanto la settimana scorsa ho seriamente scritto qualcosa sulle facce e sui corpi dei ragazzi che passano il loro tempo al Centro diurno di Parada. Scriverò solamente delle tre parti del corpo che vedo modificarsi più velocemente e più visivamente. Non scriverò di altro, perchè quando la strada è cattiva vi sono parti del corpo che non si possono più curare. E ora non mi va di parlarne.
Scriverò di denti, di pelle e di mani.
Credo che la vita di strada voglia dire principalmente avventura. Parlo di avventure forti, eccitanti, molto spesso pericolosissime. Avventure che ogni ragazzo si ricorda molto bene, rimangono impresse con un inchiostro indelebile. Perchè hanno causato dolore, oppure tanta felicità. Quando chiedo ai ragazzi quale esperienza si ricordano di più nella loro vita di strada, mi sento rispondere che sono i grandi gruppi di amici con i quali condividi e lotti per sopravvivere. Compagni di vita, più che amici. Compagni di aiuti. E allora mi viene in mente, pensando al fisico e ai tartti comuni di molti dei ragazzi, che la colla è, sia un fattore che modifica il loro fisico (parlo di fisico riferendomi solamente ai tratti esteriori), che un momento sociale, una specie di condivisione di qualcosa. Un rito che serve a loro per unirsi nella lotta contro...
La colla, assieme alle sigarette e alla cattiva nutrizione, ci fa notare i denti. Malati, pieni di carie, storti, rotti. Sono i denti, estremamente fragili, i primi ad essere colpiti dalle sostanze nocive inalate ed ingurgitate. Con i denti rotti dai gas acidi della colla si mangia lentamente. I ragazzi non hanno fretta nel mangiare, non si avventano. Mangiano lentamente, e soprattutto rispettano i tempi di ognuno, se sono in gruppo. Non dico che si aspettano l'un l'altro, ma cercano al massimo di condividere il cibo. Soprattutto questo: i più grandi, i responsabili mangiano per ultimi. E questo l'ho notato molte volte, quando sono stato con loro in strada. Al Centro no. Al Centro sono tutti uguali rispetto all'associazione che impone loro un programma e un menu unico.
I denti si manifestano quando sorridono, e sorridono molto! Questo mi fa pensare alla loro "normalità". A quanto siano estremamente "normali" rispetto ai nostri canoni di normalità determinati principalmente da una condizione: non essere drogati. Ecco, quando non assumono colla hanno una capacità straordinaria di adattarsi all'ambiente. I ragazzi che ho conosciuto hanno un carattere estremamente sveglio. Alcuni sono estremamente determinati e vogliono ciò che non hanno potuto avere di più prezioso: la scuola.
Poi le mani, rovinate o avvalorate da esperienze quotidiane in quelle strade. Mani di chi sa usarle. Mani di chi cerca e di chi quotidinamente le usa per infilarsi in ogni dove a cercare un qualcosa da consumare, usare come possibilità per proseguire. E non parlo solamente di cestini, rifiuti, o di soldi. Parlo di lavoro, di praticità, di abilità. Parlo dell'arte di arrangiarsi con poco, con gli strumenti da lavoro. Che possono essere cacciaviti o pale per aprire i tombini per buttarci dentro la neve davanti al cancello del Centro diurno. Che possono essere clavette, palline, nasi rossi, giochi di magia. Il circo non poteva nascere in un posto più adatto. E si vede. I ragazzi di Bucarest hanno un'abilità, che secondo me non deriva dalle ore di pratica al centro diurno fin da bambini. C'è qualcosa di più. Le mani. Le mani che permettono, le mani che non hanno avuto paura di niente, neppure delle penne che proprio ora devono imparare ad usare. Mani rovinate, tagliate, cicatrizzate. Unghie sporche, rovinate, ma alcune eleganti, alcune che colpiscono. Mani che ti danno la mano anche se non ti conoscono. Mani che ti salutano, tu, straniero. Mani che ti rispettano perchè non sei a casa tua, sei uno straniero. Mani che danno l'inizio di un rapporto che può durare una settimana un emse o più. Mani, che sono le prime a soffrire. Mani malate, inibite dal più grave dei mali per questi ragazzi romeni: il freddo quasi polare. I meno dieci/quindici della notte si riflettono ghiacciate sulle mani. Per stringerle devi fare piano, altrimenti urlano dal dolore. E' questo che non riesco a concepire. Il freddo. Il freddo che non vuol dire solo povertà. Perchè i vestiti ce li hanno, seppur vecchi e rotti. Il freddo non è solo la fame. No, non è questo. Il freddo è proprio di chi non ha casa. E' questo il problema di questo stato. Non risce a combattere il freddo. E' come potrebbe farlo?
Infine la pelle. Dura, rigida, tagliata. la pelle mette insieme tutto. Ma soprattutto mi fa pensare che chi ha la scorza della vita, chi ha i calli sulle dita, e vuole/decide di scalare la scala sociale, potrebbe potenzialmente essere un piccolo eroe. Per tutti un grande esempio. Quindi vedo il futuro in questa pelle.
Sperando di vedere ancora, sperando di associare ancora i miei pensieri al loro fisico.
lunedì 31 gennaio 2011
domenica 30 gennaio 2011
Partiamo dai pensieri semplici
Sono sempre più convinto che i ragazzi di strada non esistano, ma esistano i ragazzi, e la strada. E' difficile non generalizzare quando li osserviamo. E' difficile pensare, quando vediamo un bimbo mendicare alla stazione della metro di Piata Unirii, che in realtà anche lui abbia un nome, o una storia alle sue spalle. Ieri sera ho visto due bimbi nella metro di Piata Unirii. Due bimbi che avranno avuto sei anni. Uno dei due rideva. Perchè rideva?
Il problema, se si può chiamare così, è che, prima di quel bambino, nelle nostri menti compare l'immagine del senzatetto, del povero, della strada stessa, della strada come se quella di Bucarest fosse la stessa di quella di Udine. Arriviamo subito a pensare, con le nostre menti complicate, direttamente al sistema senza aver l'interesse ad approfondire le singole storie. In qualche milesimo di secondo arriviamo a ragionare sulle difficoltà economiche che il governo della Romania non è riuscito a superare e al paradosso dell'entrata in Romania nell'Unione europea e al perchè l'Unione europea non attua controlli su questo territorio e al sistema corrotto e alla crisi politica e morale di queste ultime generazioni di amministratori nonchè alla vecchia mentalità comunista che esiste ancora e al fatto che in Italia ci sono i barboni e non i bambini e quindi dovremmo stare in una situazione un poco migliore e alla crisi morale all'indicenza di vedere queste immagini in Europa all'inizio del XXI secolo e e e e e e.... eh basta! STOP!!!
In noi si avvia quella terribile operazione di massimo comune denominatore che non ci permette di arrivare alle singole storie, ai problemi che ogni ragazzo ha affrontato e affronta. Non arriviamo alle cose semplici.
Chi gli ha dato quei vestiti? Dove ha torvato i soldi per quel panino? Sembra che non abbia una mano ma è veramente così? Dove la tiene nascosta? Chissà dove dorme, con chi dorme. Chissà come si chiama, e chi gli ha dato questo nome?
Vorrei imparare a ragionare anche in questo modo. Credo che la consocenza delle piccole cose ci renda poi più capaci di comprendere il perchè delle medie, delle grandi (talvolta). Se questo è il nostro scopo.
Un operatore di strada lavora in questo modo. Cerca di risolvere i piccoli bisogni quotidiani. Facendo questo entra, anche involontariamente, in una rete sociale complicatissima, che mette in relazione i beneficiari del servizio (i ragazzi), con il loro gruppo, con le famiglie, con i clan. Partendo dalla soddifazione di bisogni semplici e concreti si può arrivare a capire, per esempio, perchè c'è bisogno dell'operatore sociale per avere/non avere quella determinata cosa. Può anche essere che un ragazzo vada in strada perchè le mura della sua casa siano in realtà le mura di una sola stanza, in cui ci vivono in otto. Un ragazzo può scegliere la strada perchè non ha un parco giochi in cui divertirsi, perchè ritrova nel gruppo di coetanei la sicurezza che due genitori non gli hanno dato.
Tante sono le storie, tanti i piccoli problemi, le piccole richieste, le piccole soddisfazioni.
Credo che sia un grande arrichimento personale cercare di dare spiegazioni razionali prima ai singoli, più semplici, più nascosti problemi relativi alle singole, più semplici, più nascoste persone che possono vivere nella realtà multiforme delle strade, delle nostre piccole e grandi strade.
Si tenta, insomma.
Il problema, se si può chiamare così, è che, prima di quel bambino, nelle nostri menti compare l'immagine del senzatetto, del povero, della strada stessa, della strada come se quella di Bucarest fosse la stessa di quella di Udine. Arriviamo subito a pensare, con le nostre menti complicate, direttamente al sistema senza aver l'interesse ad approfondire le singole storie. In qualche milesimo di secondo arriviamo a ragionare sulle difficoltà economiche che il governo della Romania non è riuscito a superare e al paradosso dell'entrata in Romania nell'Unione europea e al perchè l'Unione europea non attua controlli su questo territorio e al sistema corrotto e alla crisi politica e morale di queste ultime generazioni di amministratori nonchè alla vecchia mentalità comunista che esiste ancora e al fatto che in Italia ci sono i barboni e non i bambini e quindi dovremmo stare in una situazione un poco migliore e alla crisi morale all'indicenza di vedere queste immagini in Europa all'inizio del XXI secolo e e e e e e.... eh basta! STOP!!!
In noi si avvia quella terribile operazione di massimo comune denominatore che non ci permette di arrivare alle singole storie, ai problemi che ogni ragazzo ha affrontato e affronta. Non arriviamo alle cose semplici.
Chi gli ha dato quei vestiti? Dove ha torvato i soldi per quel panino? Sembra che non abbia una mano ma è veramente così? Dove la tiene nascosta? Chissà dove dorme, con chi dorme. Chissà come si chiama, e chi gli ha dato questo nome?
Vorrei imparare a ragionare anche in questo modo. Credo che la consocenza delle piccole cose ci renda poi più capaci di comprendere il perchè delle medie, delle grandi (talvolta). Se questo è il nostro scopo.
Un operatore di strada lavora in questo modo. Cerca di risolvere i piccoli bisogni quotidiani. Facendo questo entra, anche involontariamente, in una rete sociale complicatissima, che mette in relazione i beneficiari del servizio (i ragazzi), con il loro gruppo, con le famiglie, con i clan. Partendo dalla soddifazione di bisogni semplici e concreti si può arrivare a capire, per esempio, perchè c'è bisogno dell'operatore sociale per avere/non avere quella determinata cosa. Può anche essere che un ragazzo vada in strada perchè le mura della sua casa siano in realtà le mura di una sola stanza, in cui ci vivono in otto. Un ragazzo può scegliere la strada perchè non ha un parco giochi in cui divertirsi, perchè ritrova nel gruppo di coetanei la sicurezza che due genitori non gli hanno dato.
Tante sono le storie, tanti i piccoli problemi, le piccole richieste, le piccole soddisfazioni.
Credo che sia un grande arrichimento personale cercare di dare spiegazioni razionali prima ai singoli, più semplici, più nascosti problemi relativi alle singole, più semplici, più nascoste persone che possono vivere nella realtà multiforme delle strade, delle nostre piccole e grandi strade.
Si tenta, insomma.
martedì 25 gennaio 2011
L'ipocrisia della chiusura degli orfanotrofi
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Romania/Romania-l-ipocrisia-della-chiusura-degli-orfanotrofi
Dopo un mese di pausa torno a scrivere. Mi pare urgente proporvi questo articolo recentissimo, scritto da padre Filippo Aliani, dei Frati minori Capuccini, molto attivo qui in Romania. Il tema è centrale, anche per quello che ho personalmente riscontrato parlando con i responsabili del Centro diurno di Parada.
Il problema è questa ipocrisia, questa necessità di risolvere formalmente i problemi, lasciandosi dietro vite umane. Il problema è la velocità del voler fare, che tenta tutti, dai governi ai responsabili di progetti di cooperazione. In particolare mi riferisco alle scadenze obbligatorie che il Governo di Romania ha dovuto rispettare per entrare in Unione Europea nel 2007.
Molti ragazze e ragazze dagli orfanotrofi tornano/vanno in strada, espondendosi a pericoli inimmaginabili. Ho conosciuto molti ragazzi che hanno scelto di TORNARE IN STRADA. Chi da un orfanotrofio, chi da un posto di lavoro che, seppur precario o in nero, ha permesso loro una piccola formazione culturale, chi dopo la "reintegrazione in famiglia".
Conosco una ragazza che ha voluto PROVARE LA STRADA. Perchè è stata tentata da questa apparente libertà, da quest'eccitazione, che esiste veramente. E' vera, esiste. Ovviamente le conseguenze per chi entra in strada, senza aver già la pelle con i calli di esperienze estreme, sono devastanti. E se non c'è un controllo da parte degli operatori sociali, le situazioni diventano critiche, per non dire di peggio.
Quindi buona lettura
Dopo un mese di pausa torno a scrivere. Mi pare urgente proporvi questo articolo recentissimo, scritto da padre Filippo Aliani, dei Frati minori Capuccini, molto attivo qui in Romania. Il tema è centrale, anche per quello che ho personalmente riscontrato parlando con i responsabili del Centro diurno di Parada.
Il problema è questa ipocrisia, questa necessità di risolvere formalmente i problemi, lasciandosi dietro vite umane. Il problema è la velocità del voler fare, che tenta tutti, dai governi ai responsabili di progetti di cooperazione. In particolare mi riferisco alle scadenze obbligatorie che il Governo di Romania ha dovuto rispettare per entrare in Unione Europea nel 2007.
Molti ragazze e ragazze dagli orfanotrofi tornano/vanno in strada, espondendosi a pericoli inimmaginabili. Ho conosciuto molti ragazzi che hanno scelto di TORNARE IN STRADA. Chi da un orfanotrofio, chi da un posto di lavoro che, seppur precario o in nero, ha permesso loro una piccola formazione culturale, chi dopo la "reintegrazione in famiglia".
Conosco una ragazza che ha voluto PROVARE LA STRADA. Perchè è stata tentata da questa apparente libertà, da quest'eccitazione, che esiste veramente. E' vera, esiste. Ovviamente le conseguenze per chi entra in strada, senza aver già la pelle con i calli di esperienze estreme, sono devastanti. E se non c'è un controllo da parte degli operatori sociali, le situazioni diventano critiche, per non dire di peggio.
Quindi buona lettura
martedì 21 dicembre 2010
Rapido n 360 Bucureşti -Бeoгpaд
Gara de Nord ore 20.49
Treno: rapido n 360 Bucureşti -Бeoгpaд
Partenza: Bucureşti ore 20.49
Arrivo: Бeoгpaд ore 08.55
Il mio viaggio verso l'Italia ha come tappa intermedia Belgrado, la capitale dei Balcani.
Bucarest non è nei Balcani e neppure nella regione dei Carpazi. Bucarest si trova in una pianura immensa e lontana dal mare, una pianura che si unisce alla piana della Moldova e dell'Ucraina. Quella pianura che non si ferma più perché arriva fino al confine con la Russia.
E succede spesso che il vento proveniente da Mosca si faccia sentire con forza sul vento più mite del Mar Nero. Si capisce immediatamente che è il vento gelido dell’Est. Tagliente e secco, si incunea perfettamente anche tra i pochi peli della mia barba, e si fa sentire sulla mia pelle, come se questa fosse un esercito su una pianura senza ostacoli, adatta per essere conquistata. Bucarest si fa conquistare da questo vento. La Russia, non l’Europa, conquista Bucarest e l’affascina. Non Europa, non l’Ovest, ma l’Est della sua pianura.
Per questo cerco Belgrado.
Gli slavi meridionali, i Balcani, l’Est occidentale di un mondo protetto da colline e montagne che, benché conquistate da troppi eserciti, hanno protetto l’originalità di un popolo costruito su tante etnie. Quindi voglio un viaggio tra Romania e Serbia, voglio vedere quel confine, piano piano lungo quella pianura che diventa collinare appena si passa il Danubio. Voglio vedere che cosa succede quando quel vento freddo si abbatte sulle dolci pendici dei Balcani, se resiste con forza o deve accettare un compromesso di vergogna.
Il treno che percorre questo confine temporale sembra il mezzo con cui il tempo stesso si mantiene conservatore, legato a quel tempo in cui fu costruito, affezionato alle antiche tradizioni senza riscaldamento e di accoglienza nei confronti dei poveracci senza biglietto, che ci salgono per passare una notte lontani dal gelo polare della pianura di Valacchia. I controlli in Romania hanno lo stesso viso di quelli al tempo del comunismo: antipatici, ripetitivi, violenti, senza gentilezza. Ma ogni controllore è un personaggio teatrale, carico di carattere forte, ignorante della libertà di circolazione e di quelle nuove dell’Unione. Il suo lavoro è controllare, controllare che il treno non si evolva in qualcosa di più moderno. Di più ipocrita.
La pianura innevata scorre come le acque di un grande fiume in piena. Calmo il fiume, come il silenzio del paesaggio congelato, come se fosse dolce proprio perché disabitato. Il paesaggio che mi passa davanti ha il viso di un vecchio romeno che mi sorride notando la mia inesperienza di Romania, come un maestro sorride quando i propri allievi provano a risolvere un’equazione impossibile. La pianura mi guarda, pur cieca e congelata. La Romania sembra dolce, ma la terra serba si avvicina, e quando passo il confine mi accorgo che un sollievo dentro di me si è fatto respiro.
La Serbia, mi sembra strano dire che finalmente sono quasi ad Ovest. Eppure è questa la sensazione alle 5 del mattino di questa nottata viandante. Vedo la Serbia come un mondo più vicino al mio, più sviluppato e più “normale”. Le case sono più pulite e regolari, i paesi sembrano poco caotici.
Passiamo il Danubio immenso e ci troviamo in quello strano incrocio tra la Sava e lo stesso Danubio, sopra il quale domina la fortezza della capitale serba. Belgrado attende il treno da una posizione di collina, sembra più alta, più forte. Ha un aspetto poco confortante, industriale e palazzoni grigi compongono lo sfondo nebbioso. Vedo l’Urbe balcanica dal basso verso l’alto, con ammirazione e paura, come quando vedo i suoi abitanti bellissimi, altissimi con gli occhi di ghiaccio. Quell’aria gelida è solo apparenza. Questa città mi ha accolto come nessuna ad Est aveva mai fatto: mi considera e si fa considerare. Ci offre dell’acquavite per scaldarci, alle 9 del mattino. La neve che scende dal grigiore conclude il benvenuto. Mi sento sicuro, quasi a casa anche se non sono neanche a metà della distanza che separa Trieste alla mia Bucarest. Nulla sembra in disordine, eppure la Serbia... Tanta neve, poca polvere. Belgrado non sembra l’ultima polveriera d’Europa, e i suoi palazzi scoperchiati dalle bombe sono lasciati cadaveri solo per polemica. Non c’è polvere di regime, né vergogna storica, non vedo spazi inutilizzati né una libertà ipersfruttata. Vedo tranquillità e vita quotidiana, semplicità di campagna lungo i viali pedonali di ciottoli, che in questi tre mesi ho sognato come se fossero la mia casa, la mia nostalgia. Cioccolata e dolci nel viale di alberi in riposo dall'inverno conducono alla fortezza delle meraviglie. La neve cade e fa il suo effetto. A Bucarest la neve non cade, e non fa il suo effetto. Il cirillico ha il suo fascino, ci mette curiosità e ci incuriosisce, mentre la notte arriva e il poco traffico del centro entra in un locale sotterraneo per ascoltare della musica gitana e svanire nella calda estate di un bicchiere di Rakija fatta in casa.
Belgrado mi ha messo tranquillità, avevo bisogno della sua pacatezza. Una pace dopo le bombe.
Il problema è che non so se Belgrado sia davvero così.
Sicuramente Bucarest non lo è.
Treno: rapido n 360 Bucureşti -Бeoгpaд
Partenza: Bucureşti ore 20.49
Arrivo: Бeoгpaд ore 08.55
Il mio viaggio verso l'Italia ha come tappa intermedia Belgrado, la capitale dei Balcani.
Bucarest non è nei Balcani e neppure nella regione dei Carpazi. Bucarest si trova in una pianura immensa e lontana dal mare, una pianura che si unisce alla piana della Moldova e dell'Ucraina. Quella pianura che non si ferma più perché arriva fino al confine con la Russia.
E succede spesso che il vento proveniente da Mosca si faccia sentire con forza sul vento più mite del Mar Nero. Si capisce immediatamente che è il vento gelido dell’Est. Tagliente e secco, si incunea perfettamente anche tra i pochi peli della mia barba, e si fa sentire sulla mia pelle, come se questa fosse un esercito su una pianura senza ostacoli, adatta per essere conquistata. Bucarest si fa conquistare da questo vento. La Russia, non l’Europa, conquista Bucarest e l’affascina. Non Europa, non l’Ovest, ma l’Est della sua pianura.
Per questo cerco Belgrado.
Gli slavi meridionali, i Balcani, l’Est occidentale di un mondo protetto da colline e montagne che, benché conquistate da troppi eserciti, hanno protetto l’originalità di un popolo costruito su tante etnie. Quindi voglio un viaggio tra Romania e Serbia, voglio vedere quel confine, piano piano lungo quella pianura che diventa collinare appena si passa il Danubio. Voglio vedere che cosa succede quando quel vento freddo si abbatte sulle dolci pendici dei Balcani, se resiste con forza o deve accettare un compromesso di vergogna.
Il treno che percorre questo confine temporale sembra il mezzo con cui il tempo stesso si mantiene conservatore, legato a quel tempo in cui fu costruito, affezionato alle antiche tradizioni senza riscaldamento e di accoglienza nei confronti dei poveracci senza biglietto, che ci salgono per passare una notte lontani dal gelo polare della pianura di Valacchia. I controlli in Romania hanno lo stesso viso di quelli al tempo del comunismo: antipatici, ripetitivi, violenti, senza gentilezza. Ma ogni controllore è un personaggio teatrale, carico di carattere forte, ignorante della libertà di circolazione e di quelle nuove dell’Unione. Il suo lavoro è controllare, controllare che il treno non si evolva in qualcosa di più moderno. Di più ipocrita.
La pianura innevata scorre come le acque di un grande fiume in piena. Calmo il fiume, come il silenzio del paesaggio congelato, come se fosse dolce proprio perché disabitato. Il paesaggio che mi passa davanti ha il viso di un vecchio romeno che mi sorride notando la mia inesperienza di Romania, come un maestro sorride quando i propri allievi provano a risolvere un’equazione impossibile. La pianura mi guarda, pur cieca e congelata. La Romania sembra dolce, ma la terra serba si avvicina, e quando passo il confine mi accorgo che un sollievo dentro di me si è fatto respiro.
La Serbia, mi sembra strano dire che finalmente sono quasi ad Ovest. Eppure è questa la sensazione alle 5 del mattino di questa nottata viandante. Vedo la Serbia come un mondo più vicino al mio, più sviluppato e più “normale”. Le case sono più pulite e regolari, i paesi sembrano poco caotici.
Passiamo il Danubio immenso e ci troviamo in quello strano incrocio tra la Sava e lo stesso Danubio, sopra il quale domina la fortezza della capitale serba. Belgrado attende il treno da una posizione di collina, sembra più alta, più forte. Ha un aspetto poco confortante, industriale e palazzoni grigi compongono lo sfondo nebbioso. Vedo l’Urbe balcanica dal basso verso l’alto, con ammirazione e paura, come quando vedo i suoi abitanti bellissimi, altissimi con gli occhi di ghiaccio. Quell’aria gelida è solo apparenza. Questa città mi ha accolto come nessuna ad Est aveva mai fatto: mi considera e si fa considerare. Ci offre dell’acquavite per scaldarci, alle 9 del mattino. La neve che scende dal grigiore conclude il benvenuto. Mi sento sicuro, quasi a casa anche se non sono neanche a metà della distanza che separa Trieste alla mia Bucarest. Nulla sembra in disordine, eppure la Serbia... Tanta neve, poca polvere. Belgrado non sembra l’ultima polveriera d’Europa, e i suoi palazzi scoperchiati dalle bombe sono lasciati cadaveri solo per polemica. Non c’è polvere di regime, né vergogna storica, non vedo spazi inutilizzati né una libertà ipersfruttata. Vedo tranquillità e vita quotidiana, semplicità di campagna lungo i viali pedonali di ciottoli, che in questi tre mesi ho sognato come se fossero la mia casa, la mia nostalgia. Cioccolata e dolci nel viale di alberi in riposo dall'inverno conducono alla fortezza delle meraviglie. La neve cade e fa il suo effetto. A Bucarest la neve non cade, e non fa il suo effetto. Il cirillico ha il suo fascino, ci mette curiosità e ci incuriosisce, mentre la notte arriva e il poco traffico del centro entra in un locale sotterraneo per ascoltare della musica gitana e svanire nella calda estate di un bicchiere di Rakija fatta in casa.
Belgrado mi ha messo tranquillità, avevo bisogno della sua pacatezza. Una pace dopo le bombe.
Il problema è che non so se Belgrado sia davvero così.
Sicuramente Bucarest non lo è.
domenica 19 dicembre 2010
Un pensiero a caldo
Un pensiero a caldo da una mansarda riscaldata.
Ma chi l’ha detto che in questi giorni a Bucarest faccia freddo?
Non prendiamoci in giro: Bucarest è una città gelida e bollente allo stesso tempo. Il caldo e il freddo convivono nel ventre di questa città, donna che non sarà mai madre.
La sala comune di Parada è calda e accogliente con le sue pareti colorate e il viso del pagliaccio che ti dà il benvenuto e il thè di quel pomeriggio o la minestra di quella mattina per colazione erano di sicuro bollenti.
In Villa, invece, non è così: le pareti di cemento grezzo sono fredde, così come le mani di Alin, ghiacciate e rigide. Ma dietro alla finestra chiusa e impolverata, brillano flebili le fiamme di poche candeline gialle fissate sul muro con la cera: semplici fonti di calore e di luce. Che magia quando il caldo e il freddo decidono di incontrarsi: due mani che si strofinano, un sorriso e tante parole non dette.
Il vin fiert è bollente, ti scotta la lingua e riscalda la pancia e allora non si può far altro che iniziare a ballare al ritmo di chitarre e fisarmonica, lasciando che tutti i pensieri salgano in alto nel cielo. Chi balla non ha freddo, chi suona non ci pensa: trasferimenti di calore.
Eppure a volte il caldo è terribilmente egoista, si chiude tra i quattro vetri di un locale: una scatola che suda e balla, infernale all’interno, muta da fuori. Cosa avrà mai pensato quel piccoletto (un vecchio o un bambino chissà) che passava quella sera davanti a quella vetrina di corpi danzanti? Forse non l’ha neppure vista a causa della cassa che portava sulle spalle che gli copriva il viso.
Dicono che gli sbalzi di temperatura non facciano troppo bene alla salute, che facciano venire il raffreddore, ma devo ammettere ora che è quasi piacevole soffiarsi il naso in continuazione.
Francesca
Ma chi l’ha detto che in questi giorni a Bucarest faccia freddo?
Non prendiamoci in giro: Bucarest è una città gelida e bollente allo stesso tempo. Il caldo e il freddo convivono nel ventre di questa città, donna che non sarà mai madre.
La sala comune di Parada è calda e accogliente con le sue pareti colorate e il viso del pagliaccio che ti dà il benvenuto e il thè di quel pomeriggio o la minestra di quella mattina per colazione erano di sicuro bollenti.
In Villa, invece, non è così: le pareti di cemento grezzo sono fredde, così come le mani di Alin, ghiacciate e rigide. Ma dietro alla finestra chiusa e impolverata, brillano flebili le fiamme di poche candeline gialle fissate sul muro con la cera: semplici fonti di calore e di luce. Che magia quando il caldo e il freddo decidono di incontrarsi: due mani che si strofinano, un sorriso e tante parole non dette.
Il vin fiert è bollente, ti scotta la lingua e riscalda la pancia e allora non si può far altro che iniziare a ballare al ritmo di chitarre e fisarmonica, lasciando che tutti i pensieri salgano in alto nel cielo. Chi balla non ha freddo, chi suona non ci pensa: trasferimenti di calore.
Eppure a volte il caldo è terribilmente egoista, si chiude tra i quattro vetri di un locale: una scatola che suda e balla, infernale all’interno, muta da fuori. Cosa avrà mai pensato quel piccoletto (un vecchio o un bambino chissà) che passava quella sera davanti a quella vetrina di corpi danzanti? Forse non l’ha neppure vista a causa della cassa che portava sulle spalle che gli copriva il viso.
Dicono che gli sbalzi di temperatura non facciano troppo bene alla salute, che facciano venire il raffreddore, ma devo ammettere ora che è quasi piacevole soffiarsi il naso in continuazione.
Francesca
martedì 30 novembre 2010
Pensiero notturno
Mi vengono in mente i bambini non solo di Bucarest, ma di tutto il mondo. I bambini di strada, intendo. Ma non pensiamoli come "bambini di strada" perchè vivono tutti in strada. Pensiamoli come "bambini" di "strada" perchè essere bambini significa molte cose, come pensare che la libertà sia un gioco. E perchè la strada è un mondo bellissimo, libero, un mondo da sognare. Perchè la strada è pericolosa, crudele, la strada è esposta. La strada è tante cose. Ogni bambino ha la sua strada.
Non chiamiamoli con un'etichetta.
Non chiamiamoli randagi.
lunedì 29 novembre 2010
I ragazzi della strada e della colla
Vorrei con questo post fare chiarezza su chi siano i ragazzi di Bucarest. Lo farò, tuttavia, senza soffermarmi sui particolari e senza dare spiegazioni approfondite, perchè non mi sento ancora in grado di spiegare a fondo il fenomeno di questi ragazzi, chiamati con il nome di "boskettari", cioè di randagi, di abitanti della strada, del bosco. In realtà molti in Romania, e qui a Bucarest in particolare, li chiamano "ragazzi della colla", cioè ragazzi che inalano aureolac, una specie di colla, una droga inalante costituita da acqua e colla-vernice prodotte da industrie, che causa loro gravi problemi allo sviluppo fisico, soprattutto se inalata da bambini, e problemi psicologici, perchè fa crescere nervosismo e instabilità mentali.
Strada e colla quindi. Questi sono i marchi che questi ragazzi si portano addosso, perché così sono stati fotografati dall'esterno, secondo me marchi o classificazioni estremamente limitanti e parziali, che vogliono rinchiudere questi bambini in una specifica categoria sociale, definita da randagismo e uso di droga. A questo punto mi vengono in mente tutti i nomi dei ragazzi di Parada, dei ragazzi che frequentano il centro diurno dell'associazione, di quelli che proprio ora sono in torunée in Italia, di quelli che vivono negli appartamenti sociali o di quelli che vivono in strada. Tutti loro sono stati, e molti lo sono ancora, boskettari. Ma Florin, Marian, Claudiu, Alin, Cristina, Floara, Marian, Gabi, Gabi, Mustafà, Alina hanno storie molto diverse perchè le loro strade, e qui il senso letterale del termine incontra quasi perfettamente la sua connotazione, sono iniziate e si sono, per molti, concluse in momenti e modi differenti. Quindi prima di studiare il fenomeno desidererei che non ci si limiti a osservare il problema come un pacchetto confezionato con una sola etichetta. I caratteri dei ragazzi sono così diversi che meriterebbe evitare di fare delle foto, ma piuttosto farsi raccontare da ognuno la propria storia.
Tuttavia in questo noiosissimo post vorrei scrivere quello che ho capito, in questi due mesi, sulle cause storiche di questo grave problema romeno, che tuttavia raggiunge in altri paesi del mondo un numero di casi ben più alto (India, Brasile, Somalia, Kenya, i maggiori).
La scoperta del fenomeno si deve principalmente alla caduta del regime comunista di Ceausescu nel 1989, quando con il potere del governo del dittatore si disciolse anche la terribile polizia, braccio armato di coloro che hanno ordinato di tenere il problema completamente occultato ai media occidentali.
Le cause del fenomeno sono invece molteplici e credo che non possano essere ristrette alla sola analisi delle politiche sull'infanzia del regime. Credo di dover guardare anche agli studi di quelle che erano le tipiche strutture famigliari della Romania prima e durante il regime, studiandone le caratteristiche da molti punti di vista, antropologico e sociologico in primis. La famiglia romena prima del regime era di tipo patriarcale e la composizione dei suoi membri arrivava ad includere più generazioni, impegnate nel mantenimento del gruppo mediante l’attività agricola e l’educazione dei figli. L’autorità risiedeva nei capifamiglia, che gestivano autonomamente la politica famigliare; ma un ruolo importante era quello delle donne, maestre di vita dei propri figli e nipoti.
Il socialismo invase questa realtà. L'imposizione di una industrializzazione e urbanizzazione forzata su una società quasi completamente rurale hanno prodotto una rivoluzione del sistema-famiglia in Romania negli anni del dopoguerra, e le politiche sulle nascite di Ceausescu si sono caratterizzate da svariati incentivi economici nella politica delle nascita, e dalla proibizione della pratica dell’aborto, frequente prima del 1966, in modo da far crescere, con la popolazione, anche la potenza e il prestigio dello Stato. Maggior popolazione voleva dire maggior forza lavoro da usare, sviluppo del sistema industriale, autosufficienza e crescita economica. Il mantenimento dei figli divenne la principale, se non l’unica preoccupazione dei padri e delle madri di famiglia. Lo Stato garantiva a tutti un posto di lavoro ed una quantità minima di cibo per tutti, quindi i cittadini divennero completamente deresponsabilizzati dal punto di vista della vita pubblica, e i nuclei famigliari destinavano la quasi totalità delle loro risorse al futuro dei propri figli. Futuro controllato, futuro che non c’era.
Negli ultimi anni del regime il dittatore comunista raggiunse il perfetto pareggio della bilancia dei pagamenti dello stato romeno. Il debito estero cancellato doveva essere simbolo della forza del popolo e del comunismo. Ma questo prestigio, celebrato con la costruzione di palazzi mostruosi sopra le piccole case del centro storico, era stato possibile solamente con il sacrificio disumano della popolazione, e dell'economia interna di investimenti e remunerazioni. La crisi economica non poteva convivere in una casa con molti bambini. I bambini orfani, o abbandonati per strada, aumentarono in maniera esponenziale, e divennero un problema di immagine, prima che sociale. La soluzione fu semplice e drastica: istituti nazionali specializzati e controllati dalla polizia del regime, così si realizzò l'ennesima pietra sopra.
Dopo il 1989, con la morte di Ceausescu, il fenomeno dei ragazzi esplose con la chiusura degli istituti specializzati del regime e con l'introduzione dei principali elementi della ristrutturazione economica (privatizzazioni, liberalizzazioni monetaria e dei salari, aumento degli investimenti stranieri) che hanno aumentato il costo della vita, ridotto le politiche sociali e i sussidi (famigliari, per disoccupati, di assistenza sociale, pensioni, sussidi sanitari). Risultato: l'aumento esponenziale delle disuguaglianze sociali (5 volte rispetto al numero di famiglie povere nel 1989). E questa condizione di miseria, tutta a carico delle famiglie che non poterono usufruire degli aiuti dello Stato, ha causato una situazione di estrema precarietà, soprattutto nelle dinamiche famigliari, di cui non è difficile immaginarne le conseguenze.
Nel 2010 non si sa il numero dei ragazzi che vivono nelle strade di Bucarest, anche se si parla di circa due migliaia. I numeri del governo sono minori rispetto a quelli delle organizzazioni non governative che lavorano sul campo. I requisiti di ingresso nell’Unione europea hanno sicuramente costretto la Romania ad introdurre numerose novità nel sistema dell’assistenza dei minori, e l’attenzione dei media occidentali ha portato ad un grande coinvolgimento di organizzazioni non governative romene ed occidentali. Quindi il problema non è stato trascurato. Tuttavia, raggiunto l’ingresso nell’Unione, si è preferito ragionare più sullo spostamento dei gruppi dei ragazzi dal centro alle periferie, agendo di più sui numeri piuttosto che sulla qualità delle condizioni di vita di questi ragazzi. Bucarest centro è il centro di una capitale europea, in realtà le macchine dei diplomatici non passano per le periferie, dove la situazione dei ragazzi non sta migliorando rispetto a 15 anni fa.
Per molti operatori sociali c’è stato un peggioramento delle condizioni di vita negli ultimi anni. La crisi economica obbliga lo Stato a ridurre i fondi disponibili per politiche sociali e le ong si ritrovano a vedere drasticamente diminuiti i fondi da destinare ai progetti. Negli ultimi anni inoltre l’aumento della circolazione della droga ha reso possibile l’uso di droghe pesanti e non tutte illegali. Le strade dei ragazzi non sono fatte di sola colla, ma anche di siringhe e buchi nelle braccia.
Per concludere, se venite a Bucarest vedrete il centro di una capitale che sta cercando di essere quella di un importante paese dell’Unione europea. Il problema dei ragazzi non si vede tra l’università e l’Intercontinental. Il problema è stato letteralmente spostato, quasi nascosto, come la polvere, quindi inesistente e poco importante. Forse esistono due Bucarest, forse una sola, o forse tante quante sono le sue disuguaglianze. Non avevo mai visto in maniera così evidente tre mondi che potessero stare all’interno dei confini di una città: il Primo, il Secondo ed il Terzo.
Mi rendo conto che è difficile.
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